Continuiamo il nostro "mini corso di giapponese" con altri termini che si utilizzano frequentemente durante le lezioni di Aikido.
katate dori ai hanmi = presa al polso con la stessa mano (es. mano destra su polso destro) katate dori gyaku hanmi = presa al polso con la mano opposta (es. mano destra su polso sinistro) kata dori = presa alla spalla kata dori men uchi = presa alla spalla con una mano, attacco dal basso verso l'altro con l'altra mano ryote dori = presa su entrambi i polsi
katate ryote dori = presa al polso e avambraccio con due mani ushiro ryote dori = presa su entrambi i polsi da dietro ushiro ryo kata dori = presa su entrambe le spalle da dietro
shomen uchi = attacco dall'alto verso il basso, verticale yokomen uchi = attacco dall'alto verso il basso, laterale tsuki = attacco diretto frontale jodan tsuki = attacco diretto al viso chudan tsuki = attacco diretto al plesso solare
onegai shimasu = "per favore" all'inizio della pratica domo arigato gozaimashita = "molte grazie per quanto è successo" alla fine della pratica
Durante la lezione di Aikido, il maestro e i suoi assistenti utilizzano delle parole in giapponese. Conosciamo il loro significato?
ichi (i muta) = 1 ni = 2 san = 3 shi = 4 go = 5 roku (u muta) = 6 shichi (i muta) = 7 hachi (i muta) = 8 ku = 9 ju = 10
ukemi = cadute mae ukemi = cadute in avanti ushiro ukemi = cadute all'indietro yoko ukemi = cadute laterali
tori = chi esegue la tecnica uke = chi riceve la tecnica
waza = tecniche tachi waza = tori e uke in piedi suwari waza = tori e uke in ginocchio hanmi hantachi waza = tori in ginocchio, uke in piedi
kamae = posizione di guardia
ai hanmi = tori e uke nella stessa guardia (= stesso piede in avanti) gyaku hanmi = tori e uke nella guardia opposta ( = posizione speculare)
Per il momento basta! Proviamo a memorizzare questi termini, la pratica sarà più facile e consapevole (e avremo imparato un po' di giapponese gratis...)
Aikido è piegarsi sulle ginocchia quando raccogli qualcosa,vivendo la flessibilità del corpo e l’umiltà del piegarsi in ogni atto quotidiano. Aikido è respirare con la pancia, con la schiena, con le reni, dal perineo fino al diaframma, e sentire il radicamento a terra anche mentre cammini tra i negozi il fine settimana. Aikido è la precisione del gesto della mano, del braccio, della spalla, del tronco, della testa, del bacino, della gamba e del piede, gesto che rispecchia fedele l’intenzione di ciò che vuoi fare, come prendere una fotocopia tra una pratica e l’altra. Aikido è il passo contenuto mentre ti muovi nel mondo, mentre l’avampiede è seguito dal piegarsi del ginocchio per portarti con morbidezza, stabilità e prontezza sulla Terra. Aikido è il respiro e il sorriso guardando negli occhi, mentre con rispetto e compassione pratichi il gesto più efficace, con tranquillità. Aikido è essenzialità nella parola, nel pensiero, nell’azione, nell’emozione, mentre ordini passo dopo passo, inesorabilmente, in semplicità e con facilità ciò che prima era complesso, come stare tra tante avversità contemporaneamente. L’Aikido non inizia quando entri nel dojo e non termina quando ne esci con l’inchino. Alessandrowww.laforzadellessenza.blogspot.com
Il nome
L’esercizio che vogliamo trattare fa parte dì una serie «classica» di movimenti da soli (tandoku dosa) eseguiti in apertura di lezione, e generalmente è preceduto e/o seguito da esercizi di respirazione (kokyudosa). Il nome per esteso è Ame – no - Tori - Fune. La parola «Tori» significa «uccello», mentre «fune» indica la «barca»; infine «Ame» è il cielo: è la «barca celeste veloce come un uccello».
Si tratta del nome di un dio della mitologia shintoista; quel dio che, in un famoso episodio narrato nel Kojiki, accompagna il dio guerriero Takemikazuchi, ambasciatore degli dei celesti, a contrattare la cessione del governo della terra da parte degli dei terrestri.
Il nome dell’esercizio rispecchia tanto il significato profondo, quanto l’apparenza esteriore del movimento, che ricorda quello di un vogatore in piedi su una barca, come si vedrà nel seguito. Pertanto, un altro nome con cui frequentemente si indica il torifune è funakogi undo, appunto «esercizio del vogatore».
La pratica
La sommaria descrizione che ci accingiamo a presentare al lettore si basa sulle conoscenze di numerosi insegnanti che furono allievi diretti del Fondatore, Morihei Ueshiba. Va ricordato che, oltre al loro insegnamento sul tatami ed alle spiegazioni riportate nei vari testi sull’Arte, è disponibile una documentazione filmata che riprende O’Sensei stesso nell’esecuzione di questi movimenti, durante una normale lezione di Aikido.
Il torifune consta di tre serie di ripetizioni del medesimo movimento. Queste vengono alternate con la pratica di un altro esercizio, detto furitama, «scuotimento dell’anima». In un certo senso, è l’insieme di torifune e furitama a costituire una pratica completa, in quanto i due esercizi sono per molti versi opposti e complementari (il furitama sarà oggetto di futura esplicazione).
Le tre ripetizioni sono diverse tra loro: dalla posizione shizentai (frontale eretta, i piedi divaricati della larghezza delle spalle) si inizia una serie portandosi in hidari hanmi (guardia sinistra). Dopo l’interruzione e l’esecuzione del furitama ci si porta in migi hanmi (guardia destra) e si esegue un’altra serie, fino all’intervallo per un altro furitama. Infine, si assume ancora hidari hanmi per l’ultima serie. Un’ulteriore esecuzione del furitama concluderà questa parte dei tandoku dosa.
Come si vede, si tratta di una pratica volutamente asimmetrica, il che conduce a pensare che vi siano livelli di significato ben più profondi della semplice esecuzione «ginnica», che al massimo ne richiederebbe un paio. Ma non è tutto: le tre serie differiscono anche per la velocità con cui si esegue il movimento, che è lento nella prima serie, poi più veloce e infine molto rapido nell’ultima serie. Queste tre velocità sono dette jo (introduzione), ha (rottura) e kyu (veloce). Si tratta di tre ritmi fondamentali, che si ritrovano in altre espressioni tradizionali, come la musica, la recitazione delle preghiere, il teatro No.
Il movimento
Diciamo prima di tutto che il torifune è sostanzialmente fondato su un moto di andata e ritorno dell’anca, avanti e indietro, a piedi fermi sul posto. Come abbiamo detto si inizia con lo hanmi sinistro. Mentre si assume questa posizione portando avanti l’anca ed il piede sinistro, le braccia vengono proiettate in avanti, distese e leggermente convergenti, le mani chiuse a pugno. Quest’azione è accompagnata da una leggera flessione del busto. Da qui si richiamano le braccia ai fianchi, ritirando l’anca all’indietro, continuando per numerose ripetizioni a velocità costante.
Durante il movimento le gambe si distendono alternativamente , spostando il peso del corpo sul piede avanzato e su quello arretrato, e mantenendo pressoché costante l’altezza del seika tanden dal suolo. Finita la serie ed eseguito il furitama si ripete il tutto a destra, poi nuovamente a sinistra.
Il movimento va accompagnato dal Kiai: nella prima serie si grida “Ei” distendendo le braccia e “Ho” richiamandole; il ritmo è molto netto ed i due suoni ben distinti.
Nella seconda serie più rapida, i suoni sono rispettivamente «Ei» e «Sa»; il ritmo si fa più fluido e tra i suoni emessi c’è maggior continuità. Nell’ultima serie molto rapida, si grida «Ei» sia all’andata sia al ritorno; il ritmo è tale da fondere tra loro le due fasi ed i suoni in una vibrazione continua.
Una buona esecuzione richiede attenzione alla coordinazione motoria e respiratoria. Il ritmo deve essere uguale a quello di chi propone la pratica. In caso contrario la confusione che ne deriva vanifica, almeno in parte, lo scopo del torifune. Questo può essere descritto come l’attivazione dinamica dell’energia risvegliata dalla pratica della respirazione (kokyu), attraverso gradi di vibrazione distinti. Questa attivazione viene ordinata a partire dal centro, il seika tanden, sul quale va posta la massima concentrazione.
Torifune permette di passare in modo efficace e controllato da uno stato contemplativo ad uno più dinamico, «scaldando» il Ki e disponendolo al meglio per la pratica delle tecniche.
Testo di Kisshomaru Ueshiba (1922-1999)«Sedere in quiete» usando la postura seiza è un modo per superare le paure della vita e la sottostante paura della morte. È un modo eccellente per regolare le funzioni del corpo. Può portare la mente vicino al mondo «come esso è», rispetto al suo abituale stare nelle cose «come dovrebbero essere». In altre parole, seiza è un metodo per uscire dalle illusioni della vita di ogni giorno. Quando sediamo, il ciclo senza fine di pensieri che sono così paralizzanti per la salute mentale è interrotto e facciamo venire fuori la chiara freschezza del vivere semplicemente nel mondo. Per sedere in seiza piegate le gambe e portate il ginocchio sinistro sul pavimento e quello destro a circa due pugni dal sinistro. Ora mettete il dorso dei piedi sul pavimento in modo tale che i due alluci si tocchino. Abbassate i glutei fino a che tocchino i talloni. Raddrizzatevi e lasciate che il peso si centri in qualche posto fra i piedi e le ginocchia. La testa è bilanciata sulla colonna vertebrale, con le orecchie in asse con le spalle e il naso in linea con l’ombelico; ponete il mento in dentro e stirate la nuca, come se qualcuno stia sollevando il nostro collo per stirare la schiena. Per trovare la linea di equilibrio potete ruotare in circolo sulle anche, riducendo lentamente l’oscillazione finché non si rimane in una posizione stabile. Ciò è fondamentale per prevenire crampi o la fatica mentre siamo seduti. Un altro modo per trovare la giusta postura è di immaginare una stringa attaccata alla cima della testa e che entra nel nostro corpo fino a terminare con un peso all’altezza del tanden. Se si curva la testa in avanti o si piega troppo il collo la stringa tocca il guscio del corpo; se invece ci si inclina troppo in avanti, il peso tocca la cintura pelvica. Ponete il peso nella parte anteriore dell’hara. Rilassate le spalle e lasciate che le braccia cadano naturalmente. La mano destra è posta, palmo in su, sul grembo con il bordo del mignolo che tocca leggermente il basso ventre. La mano sinistra è posta sulla destra, anch’essa con il palmo in su. Le dita devono stare unite senza tensione. Ponete la punta dei pollici a contatto in modo tale che si tocchino senza che si facciano pressione l’un l’altro. Le dita ed i pollici devono formare un ovale intorno ad un punto posto 5 o 6 centimetri sotto l’ombelico, punto chiamato tanden o seika tanden e che corrisponde al centro dell’equilibrio. La mano sinistra sulla destra rappresenta la calma («sei» o «in» in giappo- nese) che copre gli aspetti attivi («do» o «yo»). I pollici unificano i due aspetti. Il tanden è visto come il centro dell’essere intorno a cui l’hara è organizzato. Il centro è il punto da cui la vostra vita è vissuta. Varianti di questa forma sono spesso usate, ma questo è il metodo più bilanciato e rilassante di sedersi. Senza abbassare in avanti la testa ponete lo sguardo in un punto a circa un metro davanti a voi. Si possono chiudere a metà gli occhi per ridurre i disturbi visivi senza correre il rischio di cadere addormentati. Ponete la lingua a contatto con il palato, ed i denti in maniera tale che si tocchino leggermente. Togliete l’aria dallo spazio fra lingua e palato. Ciò inibirà la produzione della saliva ed il bisogno di ingoiarla. Un aspetto importante della pratica è la respirazione. Gli antichi taoisti credevano che il respiro coincidesse con la vita stessa e che ogni persona ne disponesse in una certa quantità prestabilita. Il respiro profondo e lento era visto quindi come un prolungamento della vita. Inspirate semplicemente e con calma attraverso il naso, usando il diaframma. La pancia dovrebbe espandersi in avanti e il torace dovrebbe a sua volta aprirsi senza intervento muscolare. Buttate fuori dalla parte superiore del corpo tutte le tensioni e gli sforzi muscolari. Le spalle non devono essere tenute contratte, ma non lasciatele andare giù: semplicemente fate fare alla gravità il suo normale lavoro. Respirate finché i polmoni siano pieni senza sforzo e lasciate che sia il respiro a dettare il cambio nell’espirazione. Non trattenetelo, e non fate nulla di speciale, semplicemente cominciate a espirare. Questa deve sempre essere più gentile dell’inspirazione. Inoltre non ci dovrebbero essere rumori o sibili, ma solo una soffice espirazione finché la pancia non si svuota naturalmente. Lasciate che l’espirazione continui finché ne sentite il bisogno, poi ricomin- ciate con l’inspirazione. Quando espirate non lasciate che la pancia perda tensione, ma mantenetela in tono, senza comunque contrarre i muscoli. Non forzate mai il respiro. Con la pratica continua il ritmo rallenterà forse fino a due respiri al minuto, ma non provate a raggiungere nessun obbiettivo, semplicemente respirate. Seguendo il vostro respiro, contate sia le inspirazioni che le espirazioni, e, più tardi, solo le espirazioni. Contate da uno a dieci e poi ripartite. Se il conto è perso ripartite da uno e non provate a ricordare l’ultimo numero, non è importante. Arrivare a dieci non è un obbiettivo, ma solo un processo. Ogni pensiero che sorge deve essere notato ma ignorato. Occorre solo guardarlo e lasciarlo andare; non inseguitelo e non seguite nessuna linea di ragionamento. Ritornate al conteggio. Tutti i pensieri, quando sediamo, hanno lo stesso valore, cioè nessuno. Quando sediamo... sediamo. La stessa cosa va fatta per le luci, le allucinazioni, il panico, la paura. Quando sediamo... sediamo. Quando i pensieri non correranno più così veloci e così furiosamente allo- ra potrete contare e sedere correttamente. Se i pensieri vi distraggono, contate ancora. Eventualmente, provate a rimanere in seiza, a per trenta minuti la mattina presto e la sera. Se le gambe cominciano ad addormentarsi alzatevi sulle ginocchia o, alternativamente, arrotolate una coperta e ponetela fra i polpacci per alzare i fianchi dai talloni. Dovete aspettarvi un po’ di dolore, ma non fate diventare un test di forza di volontà lo stare seduti per più tempo possibile. Idealmente dovremmo sedere in seiza in una stanza tranquilla con una illu- minazione debole, con poche distrazioni visive o di altro tipo. La musica non è appropriata poiché l’idea non è quella di distrarsi. Quando la seduta è finita, o quando le gambe devono essere mosse, inchinatevi e ponete la fronte sul pavimento, con i fianchi sempre sui talloni. Ponete le mani con i palmi in su al lato della testa, e sollevatele per pochi centimetri. Ciò simbolizza l’essere aperti e accettare ogni cosa che il mondo ci può offrire. Respirate in questa posizione per breve tempo. Esiste una vasta letteratura sulla meditazione e ci sono molti che vogliono insegnare i metodi segreti per guarire l’animo ad un certo prezzo. Tutto ciò che è necessario è un posto dove essere soli (o in gruppo) e qualche respiro. Semplicemente... sedete.
“Una volta ti ho detto che il nostro destino di uomini è imparare, per il bene o per il male”.
Mi ricollego al post precedente, al tema della “via del guerriero”. Penso sia una cosa molto importante, nonostante possa sembrare una cosa un po’ bizzarra e anacronistica. Ne parlo dal mio punto di vista e in base alle mie esperienze, ma immagino di non essere un caso poi così unico.
Per me il punto di partenza è stato la consapevolezza di un disagio, la percezione dolorosa dei propri limiti. Grande presunzione, grandi mete, e contemporaneamente scarsa volontà e disponibilità a impegnarsi sul serio per raggiungerle. Fretta.
L'aikido è stata forse la prima disciplina in cui ho trovato stimoli per persistere nel mio intento di imparare e, pian piano, cambiare. Ciò che mi ha colpito fin dall'inizio è stato il contegno e l'atteggiamento che contraddistinguono i praticanti di questa “arte marziale” (non tutti naturalmente!).
“Sentirsi importanti fa diventare pesanti, sgraziati e vani. Un uomo di conoscenza deve essere leggero e fluido”.
In seguito ho potuto riconoscere in ciò alcuni tratti del concetto di “guerriero”, così come lo si può trovare descritto anche nei libri di Carlos Castaneda (le citazioni sono tutte tratte da questo autore).
Qui si parla dell'apprendistato di un giovane studioso di antropologia (lo stesso Castaneda) presso uno degli ultimi “sciamani” del Messico. Si tratta perciò di una storia il cui punto fondamentale è la strada verso la conoscenza, eppure ciò che il saggio insegna al suo apprendista è la via del guerriero. Gli dice:
“Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo farà vivrà per rimpiangere i propri passi.”
La via del guerriero direi che è una maniera di vivere e di osservare il mondo, forse l'unica possibile per chi vuole imparare, conoscere. È una questione di “igiene” in un certo senso. Significa, secondo me, formarsi pian piano una costituzione interiore sana, cioè armoniosa e salda, pulita.
Se cerchiamo la conoscenza, dobbiamo mettere in conto anche di trovarci di fronte a situazioni e fenomeni che non sono quelli usuali e rassicuranti, col rischio di arrestarci disorientati, rotti. Perciò occorre la struttura interiore del guerriero. Forse questo può sembrarci strano, perché quando diciamo “conoscenza” pensiamo perlopiù allo studiare tanti libri, o alla ricerca in laboratorio...ma è davvero così?
Lo sciamano ci dice che il mondo è quello che vediamo perché abbiamo imparato a guardarlo così, a descriverlo in questo modo, a confermarcelo in questa sua familiare forma con il nostro incessante dialogo interno. Ma se vogliamo sul serio conoscere è chiaro che questi pregiudizi dovranno incrinarsi e andare in pezzi, o perlomeno dovranno essere riconosciuti nella loro relatività.
Questo per me fa parte del lato “spirituale” dell’aikido.
“Preoccupati e pensa prima di prendere qualsiasi decisione, ma una volta deciso segui la tua strada libero da preoccupazioni e pensieri; ci saranno ancora milioni di altre decisioni ad aspettarti. Questo è il comportamento da guerriero”.
“Ormai dovresti sapere che un uomo di conoscenza vive agendo, non pensando all'agire, né pensando a quello che penserà quando avrà terminato di agire”.
“La sicurezza del guerriero non è quella dell’uomo comune: l’uomo comune cerca la certezza negli occhi di chi guarda e la chiama sicurezza di sé; il guerriero cerca l’impeccabilità nei propri occhi e la chiama umiltà. L’uomo comune dipende dai suoi simili, mentre il guerriero dipende solo dall’infinito”.
“Un guerriero sa di essere solo un uomo. Il suo unico rimpianto è che la brevità della vita non gli consente di afferrare tutto quello che vorrebbe, ma per lui questo non è un problema, è solo un peccato”.
P.S.: In una forma meno appariscente la via del guerriero è racchiusa, secondo me, anche nei cosiddetti “6 esercizi complementari” (o fondamentali) di R. Steiner (cfr. soprattutto “La scienza occulta” e “Lezioni per una scuola esoterica”).
-- Marco (MuTokuKan Dojo)
Alla domanda «che cos’è l’Aikido?» si può rispondere solamente «praticate! praticate ancora!». A pensarci bene può essere la sola vera risposta. Tuttavia una simile risposta non saprebbe soddisfare la curiosità di un allievo alle prime armi che, varcata la misteriosa soglia di un Dojo, si trova in mezzo a persone vestite con costumi bizzarri, che fanno uso di parole giapponesi e che si abbandonano ad uno «strano balletto» fatto da inchini e movimenti a prima vista molto facili a ripetersi, ma che più tardi, durante la pratica, si rivelano in tutta la loro difficoltà.
Ancor più esasperante per il nostro sfortunato avventuriero è la tipica risposta a tutte le sue domande: «Capirai più in là», variante del «mangia la minestra e taci» che fa parte della nostra infanzia.
Che cos’è l’Aikido? Se il termine «arte marziale» indica un insieme di tecniche di combattimento orientali, è chiaro che l’Aikido è un’arte marziale. Ma siccome l’insieme di queste arti riunisce il Kung Fu del cinema, uno sport come il Judo, le diverse scuole di Karate, l’Aikido e molti altri stili, sarebbe meglio andare ad analizzare le parole giapponesi che in Occidente sono state tradotte con il termine di «arte marziale».
Ci accorgiamo quindi che «arte marziale» è un termine che traduce indistintamente le parole giapponesi «Bujutsu» e «Budo».
Il Bujutsu è l’insieme di scuole classiche (Ryu) che studiavano nella maggior parte dei casi un sistema completo di combattimento che comprendeva il maneggio della spada, la lotta a mani nude ecc... La chiave di volta di questo sistema era la strategia (Heïhojutsu), considerata l’arte ultima della guerra.
Il Bujutsu studia quindi la guerra e soprattutto la strategia, perché così come dice Miyamoto Musashi: «Se riusciamo a vincere facilmente un nemico perché conosciamo perfettamente tutti i principi della scherma, allora potremmo vincere chiunque. Quei principi che ti permettono di sconfiggere un solo uomo, ti renderanno vittorioso contro 1.000 o 10.000 nemici».
Questi insegnamenti hanno trovato la loro più alta espressione ai tempi dell’antica Cina e più precisamente nell’opera di Sun Tzu «L’arte della guerra», il più grande classico sulla strategia, il libro prediletto dei samurai giapponesi e di Mao Tse Tung.
Nel libro troviamo scritto: «La vittoria è l’obbiettivo principale della guerra», e continua: «gli esperti nell’arte della guerra sottomettono l’esercito nemico senza combattere». Nel dir ciò non dimentichiamo che la guerra di cui si parla non ha nessun rapporto con i giganteschi massacri internazionali ai quali ci dedichiamo al giorno d’oggi. E Li Chu An fa riferimento proprio a questo aspetto della guerra quando dice: «Non incoraggiate le uccisioni».
In poche parole raggiungere la vittoria attraverso la pace è l’ideale al quale tende l’arte della guerra: questo implica certo un grande rigore morale; nondimeno quest’arte non si orienta esplicitamente verso una trasformazione interiore dell’uomo, bensì verso la vittoria al servizio dello stato o del sovrano detentore del mandato celeste.
Se possiamo quindi sostenere che il Bujutsu fa parte della Via dei sensi dove la Via del cielo governa tutte le azioni umane, la sua finalità non è mai stata l’unione con la Via.
Al contrario il Budo, che significa Via del guerriero, a differenza dell’arte della guerra, pone immediatamente la Via come scopo e pratica, ossia trascendere la condizione umana percorrendo la Via del guerriero. La strategia diventa un mezzo per annientare l’ego e permettere all’uomo di trasformarsi nella Via stessa e di essere uno con il Cosmo.
La differenza tra il Bujutsu e il Budo è spiegata chiaramente da Miyamoto Musashi nel suo «Libro dei Cinque Anelli». Ne estraggo solamente l’esortazione finale: «Il bushi (samurai) deve apprendere la via della spada in modo sicuro ed allenarsi nel contempo nelle altre arti marziali perfezionando le sue tecniche, cacciando dal suo spirito i problemi; senza fermarsi per un solo istante, deve pulire il suo spirito, la sua volontà, la sua perspicacia e la sua capacità di osservazione. Vengono cacciate le nuvole degli affanni; il cielo si fa chiaro e svela il vero vuoto. Nello stato di Vuoto non esiste il male ma solamente il bene. Quando si raggiunge la saggezza, la ragione e lo spirito della spada, si può raggiungere lo spirito del Vuoto».
La guerra propriamente detta è quindi destinata nel Budo a raggiungere un ulteriore obbiettivo che è la conoscenza della legge della guerra e della strategia, e che rappresenta a sua volta le fondamenta dell’edificio di quest’arte.
CHE COS’È L’AIKIDO?
Mao Tse Tung si rifà alla più antica tradizione cinese quando scrive: «le leggi della guerra, come le leggi di tutti gli altri fenomeni, sono il riflesso della realtà oggettiva sul nostro spirito». L’obbiettivo del Bujutsu viene raggiunto quando acquistiamo questa conoscenza. Essa non rappresenta che la prima tappa del Budo al termine della quale questa conoscenza verrà applicata nel più difficile dei combattimenti: la guerra contro l’ego. Quest’ultimo è considerato come una macchia che sporca la nostra natura originale che ci impedisce di conoscere la vera libertà e di partecipare alla vita dell’universo.
E’ ora chiaro che il Budo non ha nulla a che fare con le tecniche di difesa che mirano solamente a nutrire la nostra paranoia o con lo sport che con il suo spirito di competizione si situa agli antipodi di questa ricerca.
Per concludere questo capitolo vorrei citare queste parole di O Sensei: «Per chi ha capito i principi essenziali dell’Aikido, l’universo è in lui. Io sono l’universo...Il risultato del combattimento è deciso fin dall’inizio; questo significa che attaccare la mia persona, fatta universo, equivale a distruggere l’armonia dello stesso; quindi nello stesso istante in cui l’avversario vuole misurarsi con me, ha già perso... Vincere significa: vincere e distruggere in sè lo spirito del combattimento...».
Se amate la vita comoda lasciate perdere questa disciplina, la capacità di rinnovare l’universo viene dalla grazia non dalla logica. Un’illuminazione, qualsiasi essa sia, arriva dopo che la strada del pensiero è stata bloccata; e se volete oltrepassare questa barriera dovete lavorare con ogni parte del vostro corpo, con ogni poro della vostra pelle, saturati da questa domanda: ”che cos’è Mu?”.
Non si creda che il comune simbolo negativo non significhi nulla, non è il nulla l’opposto dell’esistenza; bisogna praticarlo non parlarne, deve essere come un muto che ha fatto un sogno, lo conosce ma non lo può raccon- tare. L’illuminazione a cui mira l’Aikido, e per cui esso stesso esiste, viene da se stessa; è come la coscienza, in un momento non esiste ed il succes- sivo esiste; purtroppo troppo spesso l’uomo, per sua natura, cammina nel suo tempo come camminasse nel fango, trascinando i piedi e con essi la sua vera natura.
Praticare l’Aikido non è come voler arrivare ad una risposta attraverso la mente ordinaria, la quale lavora sulla concettualizzazione delle cose, ma piuttosto di capire direttamente che i nostri concetti non potranno mai darci una risposta soddisfacente; nessun concetto, nessuna idea, nessun lavoro intellettuale potranno mai dare la risposta a ciò che cerchiamo.
Questo però non vuole dire abbandonare tutto e lasciare semplicemente che i fiori sboccino. La pratica va sì al di là della ragione ma questo non è un invito a distruggere o negare l’intelletto, semplicemente la “realtà” non deve essere catturata con il pensiero, con una frase o una spiegazione; non dobbiamo quindi liberarci dell’intelletto umano credendolo negativo, dob- biamo semplicemente prendere coscienza che può solamente costruire dei modelli di realtà ma non la realtà stessa.
Il problema comune è che restiamo invischiati nelle nostre costruzioni mentali e le scambiamo per la “realtà”; questa però non può essere costruita, esiste già e, quasi sempre, mai come crediamo di averla capita. L’annaspare nella ricerca di spiegazioni e soluzioni concettuali è la causa degli infiniti problemi del praticante; infatti nel momento stesso in cui afferriamo (o crediamo di averlo fatto) un concetto, tralasciamo la realtà vera e propria, la nostra mente concettuale è altamente impegnata a pensare, analizzare, controllare, pianificare, compiacersi; per essa tutto diventa bianco o nero, giusto o sbagliato, amico o nemico.
La salvezza? Potrebbe essere la libertà del non attaccamento, la non parti- colarità di ogni cosa, di ogni pensiero che incontriamo, e addirittura di noi stessi.
Shugyo – pratica austera – rappresenta il periodo nel quale il praticante si dedica alla ripetizione ascetica delle tecniche; ciò vuol dire praticare senza consapevolezza? Aspettando fiduciosi e sicuri che prima o poi arriverà il momento dell’illuminazione? “Presenza a voi stessi” - “Qui e ora” - sono solo alcune delle frasi si sentono dire ripetutamente dai maestri, ma cosa significano in realtà?
Chi riesce a capirle vede da lontano la strada per poter iniziare il proprio cammino, chi riesce a metterle in pratica sta lentamente camminando su quella strada sperando, un giorno, di avere raggiunto la consapevolezza di essere tutt’uno con tutto ciò che lo circonda, in ogni momento della gior- nata ed in qualsiasi situazione; riuscirà così ad assaporare completamente ed a sentirsi parte integrante del tutto in ogni frazione temporale della sua vita.
Per il momento... pratichiamo.
Ho incontrato Sandro 20 anni fa mentre si trovava in Svezia per lavoro. Abbiamo iniziato a parlare ed abbiamo scoperto di avere in comune la pratica dell’Aikido. Siamo diventati amici ed abbiamo trascorso un po’ di tempo insieme in Svezia. Ma la vita a volte interrompe le cose e non ci siamo tenuti in contatto. Tuttavia, l’ho incontrato su Facebook ed alla fine, mi sono trovata a Nizza dove Sandro ed altri aikidoka stavano frequentando un corso estivo.
Ho trascorso delle giornate meravigliose e la mia impressione più forte, è stata vedere come queste belle persone interagivano fra loro. Era un’atmosfera giocosa e calda e sono stata accolta con generosità. Penso che questa sia la migliore base per apprendere: divertirsi e sentirsi sempre benvenuti.
Ho avuto anche l’opportunità di frequentare alcune lezioni e di assistere ad altre lezioni ed agli esami. Ho sperimentato lo stesso calore sul tatami. Ognuno cercava di aiutare gli altri. C’era tuttavia una grande differenza nello stile.
Lo stile che pratico, e che mi è stato insegnato, è più definito e “duro”. Quando noi attacchiamo come uke, attacchiamo a fondo. La maggior parte degli aikidoka a Nizza accennavano i loro attacchi e trattenevano le loro energie. Questo rende difficile per il tori usare l’energia dell’attaccante e imparare come eseguire la tecnica nel modo giusto.
Diventa ancora più difficile quando l’uke è “gentile” e cade giù da solo. Il tori non ha mai l’opportunità di capire se eseguire la tecnica nel modo giusto o sbagliato. Può solo copiare, in un certo senso. Ho notato anche che alcuni sul tatami non abbassavano mai le anche, in altre parole non piegavano le ginocchia un po’, per muoversi più liberamente.
Per me l’aikido ha molto a che fare con I movimenti delle anche, perché il centro del tuo corpo è appena sotto l’ombelico. Invece loro tenevano le gambe dritte e piegavano il busto. Non hai un corretto equilibrio in questa posizione e il taisabaki diventa inutilmente difficile.
Un’altra grande differenza che mi ha fatto riflettere, era che molti aikidoka sembravano avere dei “pesci morti” al posto delle mani. Mi è stato insegnato di divaricare le dita e di focalizzarmi sull’energia dal mio centro, liberarla da lì e lasciarla uscire dalle mani e dalle dita. POW! E’ difficile ed io sto ancora cercando di sviluppare questa capacità. I sensei e gli altri sempai avevano sicuramente dei “pesci morti” nelle mani, eppure erano concentrati e stabili ed in pieno controllo delle loro energie. Ma noialtri non potevamo imparare niente, solo copiare. Dovevamo cercare la nostra strada e tenerci in contatto con il nostro centro e sviluppare il nostro modo di usare le energie.
Tuttavia, molto era simile allo stile che ho praticato con Tomita sensei. Mi sono sempre sentita viziata per avere avuto un così bravo sensei (e adesso sto praticando con un sensei svedese molto bravo che segue lo stile di Tomita sensei) ma al corso tutti i sensei mi sembravano di altissima qualità e spero di seguire altri corsi e di ampliare le mie abilità nell’aikido. Una cosa è sicura, alla fine. Verrò a Trieste per visitare Sandro e vedere i miei nuovi amici e divertirmi con loro e con l’Aikido.
--- Monica
L’utilizzo delle armi nella pratica dell’Aikido è un prezioso metodo di apprendimento in quanto attraverso gli spostamenti del corpo ed i cambi di profilo, permette di mettere in relazione il corpo nella sua totalità; inoltre, tenendo un’arma tra le mani, l’aikidoka (sia esso un principiante o un esperto) può visualizzare il prolungamento del proprio Ki che dal punto di origine si espande alle mani ed alla punta dell’arma stessa, ed oltre... Lo studio delle armi è inoltre utile in quanto permette una “visualizzazione” dei tagli.
L’aikiken (lo studio della spada) è l’elevazione della percezione in quanto le tecniche eseguite con la spada di legno (bokken) priva della tsuba (particolare questo che la differenzia dalle scuole di kenjutsu e kendo), non offrono sufficienti margini di errore entro i quali poter correggere il tempo di entrata o la postura.
Per utilizzare il bokken, il praticante deve saper guardare dentro di sé e sentire fluire l’energia attraverso la sua arma che diventa immediatamente parte del suo corpo. I principi che animano il bokken impongono nella pratica il giusto profilo, il giusto tempo tecnico ed un giusto atteggiamento mentale. Non si contrasta l’attacco ma ci si volge direttamente al centro, nel vuoto che l’attacco ha creato, inserendovi la parte di lama chiamata monouchi. Ed è questo vuoto il reale obiettivo della bokken, simulacro della più famosa katana.
La tradizione delle armi di legno in Giappone era decaduta con l’avanzare delle tecniche di fusione dei metalli e la costruzione delle prime spade in cui presto i maestri artigiani giapponesi diventarono abili e raffinati. Fu il diffondersi delle scuole (kenjitsu ryu) che permise al bokken una prima importante rivalutazione. Durante gli allenamenti risultava pericoloso impugnare una vera spada e spesso anche nelle simulazioni rallentate c’era il rischio di rovinare l’arma o di procurarsi delle ferite. L’alternativa era l’uso di una spada di legno modellata e sagomata con le stesse caratteristiche di maneggevolezza della spada. Tra i vari tipi di legno al principio si preferì usare la quercia rossa e bianca, un legno ottimale per la durezza ed il peso. Furono sempre le scuole a differenziarlo sempre di più, ogni Ryu aveva i suoi metodi ed i suoi stili che incidevano anche nella forma e nella fabbricazione dei bokken.
Nel periodo degli Shogun le varie scuole di Kenjitsu verificavano l’efficacia delle loro tecniche in veri e propri duelli con le spade vere (Shinken Shobu). Questa pratica comportava la morte del perdente o, talvolta, di entrambi i contendenti. Furono quindi emanati editti che proibirono lo Shinken Shobu e fu così che il Bokken rimpiazzò la spada in questi duelli fra le varie scuole. Tuttavia quest’arma in apparenza non letale e priva di taglio poteva procurare gravi ferite e in alcuni casi anche la morte; con il passare del tempo il bokken migliorò la sua efficacia fino a diventare un’arma vera e propria, tanto che alcuni samurai finirono col preferirla alla vera spada; tra questi Myamoto Musashi, noto per aver vinto più di 60 duelli, in alcuni casi affrontò l’avversario usando il bokken anche contro armi reali. La tendenza produsse un’ulteriore irrigidimento delle leggi ed anche quest’arma fu vietata ed il suo uso ristretto ai Kata (forme di apprendimento figurato).
Nei duelli tra scuole fu introdotta una spada fatta da strisce di bambù tenute insieme da legacci di cuoio (shinai), usato anche dal Kendo moderno, e che consentiva un certo margine di incolumità. Strumento ideale per la pratica sportiva lo shinai, tuttavia non dà la piena sensazione di una spada vera, per cui i kata di Kendo e la pratica delle armi in Aikido sono ancor oggi eseguiti con il bokken. Il praticante di oggi acquista un bokken commerciale fatto con un legno comune in quanto procurarsi o costruire un buon bokken non è molto facile; conoscenza della tecnica, utilizzo di un ottimo legno, una buona levigatura ed una concentrazione di tipo spirituale sono le condizioni indispensabili per la costruzione di un bokken degno di questo nome, ed ormai anche in Giappone questa antica arte vive un inesorabile declino e gran parte della produzione è di tipo industriale.
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