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Nel budo si dice spesso; «ciò che è importante è Kamae». Kamae però non appartiene solo al Budo ma anche ad altre arti quali ad esempio fiori, calli- grafia, te; nel football, nella boxe, nel tennis, Kamae è ugualmente importante.

Nella lingua giapponese Kamae ha per significato: prepararsi, mettersi in guardia. Il verbo kamaeru si traduce con fabbricare, preparare, attendere con intensità, stare all’erta.

L’ ideogramma cinese di Kamae è costruito dalla chiave  «legno»; il seguito dell’ideogramma raffigura il perno e la mortasa che rappresentano l’insieme indissociabile della carpenteria. Così il Kamae di cui si parla nel Budo, consiste a prendere in rapporto ad Aite la posizione più vantaggiosa possibile. Sia che siano due singoli o due armate a fronteggiarsi, in qualsiasi circostanza Kamae è importante.

Non si può tradurre semplicemente Kamae in forma. È inutile rammentare che Kamae contiene contemporaneamente le forze del Kl e il potere di percepire tutti i dettagli. Al Kendo il Kamae del kendo; al judo il Kamae del judo; al tennis il Kamae del tennis; nell’aikido si utilizza hamni no Kamae (guardia di profilo).

Partendo da una buona posizione naturale (shizentai) in piedi, gambe allargate alla larghezza delle spalle, il piede sinistro avanza mentre il piede destro trascinato naturalmente ruota. Abbiamo la guardia a sinistra: hidari hamni. Inversamente, abbiamo la guardia a destra: migi hamni. Se i due avversari prendono la medesima guardia, piede destro o piede sinistro avanti, otteniamo ai hamni no Kamae; se al contrario, i due avversari hanno la guardia opposta, l’uno il piede destro in avanti, l’altro il piede sinistro o viceversa, diciamo gyaku hamni no kamae. Ora, se in hidari (omigi) hamni il piede sinistro (o il destro) avanza di un passo come in irimi e se il piede arretrato segue, l’alluce nell’allineamento del tallone e del pollice del piede sinistro (o destro) in avanti, siamo nella posizione o guardia, detta: hitiemi o ura sankaku.

Con la spada si utilizza migi hamni. Con il jo o a mani nude la guardia di base (fondamentale) è la guardia a sinistra hidari hamni.

Perché hitoemi è la guardia fondamentale dell’Aikido? Perché hitoemi permette di muoversi facilmente di fronte a qualunque attacco, e di là, praticare tutte le tecniche e di assimilarle. Ciò non di meno bisogna arrivare a superare le Kamae, il vero Kamae è il Kamae senza il Kamae, di modo che possiate trovare la risposta buona, quale che sia l’attacco, in qualunque luogo, in qualunque momento, a partire da qualunque posizione.

O’Sensei dice: “Non guardate gli occhi di Aite, il cuore si fa aspirare dagli occhi di Aite, non guardate la sciabola di Aite, la mente si fa aspirare dalla sciabola di Aite, non guardate Aite assorbireste il Ki di Aite. Il Bu di verità è una pratica con lo scopo di assorbire Aite nella sua totalità. «Mi reggo in piedi semplicemente»“.

Lascio ciò alle vostre riflessioni - traetene l’essenza.

(estratto da "Aikido: etichetta e disciplina" di Tamura Nobuyoshi - Edizioni Mediterranee)

 
Kokyu. 05/11/2011
 
Letteralmente: espirare-inspirare; la respirazione.
Questa alternanza permette di convogliare il Ki atmosferico verso il Seika Tanden e di attivarvi il fuoco della trasformazione di questo Ki in soffio vitale ed energia spirituale. La respirazione non deve ostacolare né la libera circolazione dell'energia né la fluidità del movimento: da qui l'importanza attribuita alle tecniche di respirazione profonda dette "addominali" (che concernono tutta la fascia pelvica e non solo il ventre.) Possiamo distinguere tre forme principali di respirazione:


- La respirazione naturale
Il ventre, i fianchi e le reni si gonfiano con l'inspirazione, quindi si rilassano con l'espirazione. Questa respirazione favorisce la concentrazione: da qui il nome di respirazione "buddhistica" che la differenzia dalla respirazione inversa, detta "taoistica".

- La respirazione inversa
Durante l'inspirazione immaginate che l'aria si accumuli davanti alla terza vertebra lombare (all'altezza delle reni) quando il ventre si gonfia leggermente e l'ano si ritrae. All'espirazione, immaginate che l'aria accumulata nelle reni si concentri nel Seika Tanden che si trova così proiettato in avanti e verso il basso, mentre l'ano si rilassa. La conoscenza di questa tecnica respiratoria è indispensabile se si vuol sviluppare il kokyu-ryoku (potenza respiratoria). Questa respirazione, di origine taoista, è la più importante nell'ambito delle arti marziali.

- Ingoiare la pillola
Tecnica di respirazione in apnea, anch'essa di origine taoista. Con l'inspirazione che viene fatta dalla bocca, il Ki atmosferico è inghiottito, per venire fortemente concentrato nel Seika Tanden, provocando un sovraccarico provvisorio di energia.

Questi tre tipi di respirazione sono legati ad una concezione del corpo tratta dall'alchimia taoista e dall'arte medica cinese. Essi poggiano sulla pratica della Piccola e Grande Circolazione Celeste.

(testo tratto da: "Aikido, il libro del principiante" di Stephane Benedetti -ed. Mediterranee)

 
 
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Durante la lezione di Aikido, il maestro e i suoi assistenti utilizzano delle parole in giapponese. Conosciamo il loro significato?

ichi (i muta) = 1
ni = 2
san = 3
shi = 4
go = 5
roku (u muta) = 6
shichi (i muta) = 7
hachi (i muta) = 8
ku = 9
ju = 10

ukemi = cadute
mae ukemi = cadute in avanti
ushiro ukemi = cadute all'indietro
yoko ukemi = cadute laterali

tori = chi esegue la tecnica
uke = chi riceve la tecnica

waza = tecniche
tachi waza = tori e uke in piedi
suwari waza = tori e uke in ginocchio
hanmi hantachi waza = tori in ginocchio, uke in piedi

kamae = posizione di guardia

ai hanmi = tori e uke nella stessa guardia (= stesso piede in avanti)
gyaku hanmi = tori e uke nella guardia opposta ( = posizione speculare)

Per il momento basta! Proviamo a memorizzare questi termini, la pratica sarà più facile e consapevole (e avremo imparato un po' di giapponese gratis...)



 
 

Il nome


L’esercizio che vogliamo trattare fa parte dì una serie «classica» di movimenti da soli (tandoku dosa) eseguiti in apertura di lezione, e generalmente è preceduto e/o seguito da esercizi di respirazione (kokyudosa). Il nome per esteso è Ame – no - Tori - Fune. La parola «Tori» significa «uccello», mentre «fune» indica la «barca»; infine «Ame» è il cielo: è la «barca celeste veloce come un uccello».

Si tratta del nome di un dio della mitologia shintoista; quel dio che, in un famoso episodio narrato nel Kojiki, accompagna il dio guerriero Takemikazuchi, ambasciatore degli dei celesti, a contrattare la cessione del governo della terra da parte degli dei terrestri.

Il nome dell’esercizio rispecchia tanto il significato profondo, quanto l’apparenza esteriore del movimento, che ricorda quello di un vogatore in piedi su una barca, come si vedrà nel seguito. Pertanto, un altro nome con cui frequentemente si indica il torifune è funakogi undo, appunto «esercizio del vogatore».

La pratica

La sommaria descrizione che ci accingiamo a presentare al lettore si basa sulle conoscenze di numerosi insegnanti che furono allievi diretti del Fondatore, Morihei Ueshiba. Va ricordato che, oltre al loro insegnamento sul tatami ed alle spiegazioni riportate nei vari testi sull’Arte, è disponibile una documentazione filmata che riprende O’Sensei stesso nell’esecuzione di questi movimenti, durante una normale lezione di Aikido.

Il torifune consta di tre serie di ripetizioni del medesimo movimento. Queste vengono alternate con la pratica di un altro esercizio, detto furitama, «scuotimento dell’anima». In un certo senso, è l’insieme di torifune e furitama a costituire una pratica completa, in quanto i due esercizi sono per molti versi opposti e complementari (il furitama sarà oggetto di futura esplicazione).

Le tre ripetizioni sono diverse tra loro: dalla posizione shizentai (frontale eretta, i piedi divaricati della larghezza delle spalle) si inizia una serie portandosi in hidari hanmi (guardia sinistra). Dopo l’interruzione e l’esecuzione del furitama ci si porta in migi hanmi (guardia destra) e si esegue un’altra serie, fino all’intervallo per un altro furitama. Infine, si assume ancora hidari hanmi per l’ultima serie. Un’ulteriore esecuzione del furitama concluderà questa parte dei tandoku dosa.

Come si vede, si tratta di una pratica volutamente asimmetrica, il che conduce a pensare che vi siano livelli di significato ben più profondi della semplice esecuzione «ginnica», che al massimo ne richiederebbe un paio. Ma non è tutto: le tre serie differiscono anche per la velocità con cui si esegue il movimento, che è lento nella prima serie, poi più veloce e infine molto rapido nell’ultima serie. Queste tre velocità sono dette jo (introduzione), ha (rottura) e kyu (veloce). Si tratta di tre ritmi fondamentali, che si ritrovano in altre espressioni tradizionali, come la musica, la recitazione delle preghiere, il teatro No.

Il movimento

Diciamo prima di tutto che il torifune è sostanzialmente fondato su un moto di andata e ritorno dell’anca, avanti e indietro, a piedi fermi sul posto. Come abbiamo detto si inizia con lo hanmi sinistro. Mentre si assume questa posizione portando avanti l’anca ed il piede sinistro, le braccia vengono proiettate in avanti, distese e leggermente convergenti, le mani chiuse a pugno. Quest’azione è accompagnata da una leggera flessione del busto. Da qui si richiamano le braccia ai fianchi, ritirando l’anca all’indietro, continuando per numerose ripetizioni a velocità costante.

Durante il movimento le gambe si distendono alternativamente , spostando il peso del corpo sul piede avanzato e su quello arretrato, e mantenendo pressoché costante l’altezza del seika tanden dal suolo. Finita la serie ed eseguito il furitama si ripete il tutto a destra, poi nuovamente a sinistra.

Il movimento va accompagnato dal Kiai: nella prima serie si grida “Ei” distendendo le braccia e “Ho” richiamandole; il ritmo è molto netto ed i due suoni ben distinti.

Nella seconda serie più rapida, i suoni sono rispettivamente «Ei» e «Sa»; il ritmo si fa più fluido e tra i suoni emessi c’è maggior continuità. Nell’ultima serie molto rapida, si grida «Ei» sia all’andata sia al ritorno; il ritmo è tale da fondere tra loro le due fasi ed i suoni in una vibrazione continua.

Una buona esecuzione richiede attenzione alla coordinazione motoria e respiratoria. Il ritmo deve essere uguale a quello di chi propone la pratica. In caso contrario la confusione che ne deriva vanifica, almeno in parte, lo scopo del torifune. Questo può essere descritto come l’attivazione dinamica dell’energia risvegliata dalla pratica della respirazione (kokyu), attraverso gradi di vibrazione distinti. Questa attivazione viene ordinata a partire dal centro, il seika tanden, sul quale va posta la massima concentrazione.

Torifune permette di passare in modo efficace e controllato da uno stato contemplativo ad uno più dinamico, «scaldando» il Ki e disponendolo al meglio per la pratica delle tecniche.

 
 
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Testo di Kisshomaru Ueshiba (1922-1999)


«Sedere in quiete» usando la postura seiza è un modo per superare le paure della vita e la sottostante paura della morte. È un modo eccellente per regolare le funzioni del corpo. Può portare la mente vicino al mondo «come esso è», rispetto al suo abituale stare nelle cose «come dovrebbero essere».

In altre parole, seiza è un metodo per uscire dalle illusioni della vita di ogni giorno.

Quando sediamo, il ciclo senza fine di pensieri che sono così paralizzanti per la salute mentale è interrotto e facciamo venire fuori la chiara freschezza del vivere semplicemente nel mondo.

Per sedere in seiza piegate le gambe e portate il ginocchio sinistro sul pavimento e quello destro a circa due pugni dal sinistro.

Ora mettete il dorso dei piedi sul pavimento in modo tale che i due alluci si tocchino.

Abbassate i glutei fino a che tocchino i talloni.

Raddrizzatevi e lasciate che il peso si centri in qualche posto fra i piedi e le ginocchia.

La testa è bilanciata sulla colonna vertebrale, con le orecchie in asse con le spalle e il naso in linea con l’ombelico; ponete il mento in dentro e stirate la nuca, come se qualcuno stia sollevando il nostro collo per stirare la schiena.

Per trovare la linea di equilibrio potete ruotare in circolo sulle anche, riducendo lentamente l’oscillazione finché non si rimane in una posizione stabile.

Ciò è fondamentale per prevenire crampi o la fatica mentre siamo seduti.

Un altro modo per trovare la giusta postura è di immaginare una stringa attaccata alla cima della testa e che entra nel nostro corpo fino a terminare con un peso all’altezza del tanden.

Se si curva la testa in avanti o si piega troppo il collo la stringa tocca il guscio del corpo; se invece ci si inclina troppo in avanti, il peso tocca la cintura pelvica. Ponete il peso nella parte anteriore dell’hara.

Rilassate le spalle e lasciate che le braccia cadano naturalmente.

La mano destra è posta, palmo in su, sul grembo con il bordo del mignolo che tocca leggermente il basso ventre.

La mano sinistra è posta sulla destra, anch’essa con il palmo in su. Le dita devono stare unite senza tensione.

Ponete la punta dei pollici a contatto in modo tale che si tocchino senza che si facciano pressione l’un l’altro.

Le dita ed i pollici devono formare un ovale intorno ad un punto posto 5 o 6 centimetri sotto l’ombelico, punto chiamato tanden o seika tanden e che corrisponde al centro dell’equilibrio.

La mano sinistra sulla destra rappresenta la calma («sei» o «in» in giappo- nese) che copre gli aspetti attivi («do» o «yo»).

I pollici unificano i due aspetti. Il tanden è visto come il centro dell’essere intorno a cui l’hara è organizzato. Il centro è il punto da cui la vostra vita è vissuta.

Varianti di questa forma sono spesso usate, ma questo è il metodo più bilanciato e rilassante di sedersi.

Senza abbassare in avanti la testa ponete lo sguardo in un punto a circa un metro davanti a voi. Si possono chiudere a metà gli occhi per ridurre i disturbi visivi senza correre il rischio di cadere addormentati.

Ponete la lingua a contatto con il palato, ed i denti in maniera tale che si tocchino leggermente.

Togliete l’aria dallo spazio fra lingua e palato. Ciò inibirà la produzione della saliva ed il bisogno di ingoiarla.

Un aspetto importante della pratica è la respirazione. Gli antichi taoisti credevano che il respiro coincidesse con la vita stessa e che ogni persona ne disponesse in una certa quantità prestabilita. Il respiro profondo e lento era visto quindi come un prolungamento della vita.

Inspirate semplicemente e con calma attraverso il naso, usando il diaframma.

La pancia dovrebbe espandersi in avanti e il torace dovrebbe a sua volta
 aprirsi senza intervento muscolare.

Buttate fuori dalla parte superiore del corpo tutte le tensioni e gli sforzi muscolari. Le spalle non devono essere tenute contratte, ma non lasciatele andare giù: semplicemente fate fare alla gravità il suo normale lavoro.

Respirate finché i polmoni siano pieni senza sforzo e lasciate che sia il respiro a dettare il cambio nell’espirazione. Non trattenetelo, e non fate nulla di speciale, semplicemente cominciate a espirare.

Questa deve sempre essere più gentile dell’inspirazione. Inoltre non ci dovrebbero essere rumori o sibili, ma solo una soffice espirazione finché la pancia non si svuota naturalmente.

Lasciate che l’espirazione continui finché ne sentite il bisogno, poi ricomin- ciate con l’inspirazione. Quando espirate non lasciate che la pancia perda tensione, ma mantenetela in tono, senza comunque contrarre i muscoli. Non forzate mai il respiro.

Con la pratica continua il ritmo rallenterà forse fino a due respiri al minuto, ma non provate a raggiungere nessun obbiettivo, semplicemente respirate.

Seguendo il vostro respiro, contate sia le inspirazioni che le espirazioni, e, più tardi, solo le espirazioni. Contate da uno a dieci e poi ripartite. Se il conto è perso ripartite da uno e non provate a ricordare l’ultimo numero, non è importante. Arrivare a dieci non è un obbiettivo, ma solo un processo.

Ogni pensiero che sorge deve essere notato ma ignorato. Occorre solo guardarlo e lasciarlo andare; non inseguitelo e non seguite nessuna linea di ragionamento.

Ritornate al conteggio. Tutti i pensieri, quando sediamo, hanno lo stesso valore, cioè nessuno. Quando sediamo... sediamo.

La stessa cosa va fatta per le luci, le allucinazioni, il panico, la paura. Quando sediamo... sediamo.

Quando i pensieri non correranno più così veloci e così furiosamente allo- ra potrete contare e sedere correttamente. Se i pensieri vi distraggono, contate ancora.

Eventualmente, provate a rimanere in seiza, a per trenta minuti la mattina presto e la sera.

Se le gambe cominciano ad addormentarsi alzatevi sulle ginocchia o, alternativamente, arrotolate una coperta e ponetela fra i polpacci per alzare i fianchi dai talloni. Dovete aspettarvi un po’ di dolore, ma non fate diventare un test di forza di volontà lo stare seduti per più tempo possibile.

Idealmente dovremmo sedere in seiza in una stanza tranquilla con una illu- minazione debole, con poche distrazioni visive o di altro tipo. La musica non è appropriata poiché l’idea non è quella di distrarsi.

Quando la seduta è finita, o quando le gambe devono essere mosse, inchinatevi e ponete la fronte sul pavimento, con i fianchi sempre sui talloni. Ponete le mani con i palmi in su al lato della testa, e sollevatele per pochi centimetri.

Ciò simbolizza l’essere aperti e accettare ogni cosa che il mondo ci può offrire. Respirate in questa posizione per breve tempo.

Esiste una vasta letteratura sulla meditazione e ci sono molti che vogliono insegnare i metodi segreti per guarire l’animo ad un certo prezzo. Tutto ciò che è necessario è un posto dove essere soli (o in gruppo) e qualche respiro.

Semplicemente... sedete.


 
 
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Ho incontrato Sandro 20 anni fa mentre si trovava in Svezia per lavoro. Abbiamo iniziato a parlare ed abbiamo scoperto di avere in comune la pratica dell’Aikido. Siamo diventati amici ed abbiamo trascorso un po’ di tempo insieme  in Svezia. Ma la vita a volte  interrompe le cose e non ci siamo tenuti in contatto. Tuttavia, l’ho  incontrato su Facebook ed alla fine, mi sono trovata a Nizza dove Sandro ed altri aikidoka stavano frequentando un corso estivo.

Ho trascorso delle giornate meravigliose e la mia impressione più forte, è stata vedere come queste belle persone interagivano fra loro. Era un’atmosfera giocosa e calda e sono stata accolta con generosità. Penso che questa sia la migliore base per apprendere: divertirsi e sentirsi sempre benvenuti.

Ho avuto anche l’opportunità di frequentare alcune lezioni e di assistere ad altre lezioni ed agli esami. Ho sperimentato lo stesso calore sul tatami. Ognuno cercava di aiutare gli altri. C’era tuttavia una grande differenza nello stile. 

Lo stile che pratico, e che mi è stato insegnato, è più definito e  “duro”. Quando noi attacchiamo come uke, attacchiamo a fondo. La maggior parte degli aikidoka a Nizza accennavano i loro attacchi e trattenevano le loro energie. Questo rende difficile per il tori usare l’energia dell’attaccante e imparare come eseguire la tecnica nel modo giusto.

Diventa ancora più difficile quando l’uke è “gentile” e cade giù da solo. Il tori non ha mai l’opportunità di capire se eseguire la tecnica nel modo giusto o sbagliato. Può solo copiare, in un certo senso. Ho notato anche che alcuni sul tatami non abbassavano mai le anche, in altre parole non piegavano le ginocchia un po’, per muoversi più liberamente.

Per me l’aikido ha molto a che fare con I movimenti delle anche, perché il centro del tuo corpo è appena sotto l’ombelico. Invece loro tenevano le gambe dritte e piegavano il busto. Non hai un corretto equilibrio in questa  posizione e il taisabaki diventa inutilmente difficile.

Un’altra grande differenza che mi ha fatto riflettere, era che molti aikidoka sembravano avere dei “pesci morti” al posto delle mani. Mi è stato insegnato di divaricare le dita e di focalizzarmi sull’energia dal mio centro, liberarla da lì e lasciarla uscire dalle mani e dalle dita. POW! E’ difficile ed io sto ancora cercando di sviluppare questa capacità. I sensei e gli altri sempai avevano sicuramente dei “pesci morti” nelle mani, eppure erano concentrati e stabili ed in pieno controllo delle loro energie. Ma noialtri non potevamo imparare niente, solo copiare. Dovevamo cercare la nostra strada e tenerci in contatto con il nostro centro e sviluppare il nostro modo di usare le energie.

Tuttavia, molto era simile allo stile che ho praticato con Tomita sensei.  Mi sono sempre sentita viziata per avere avuto un così bravo sensei (e adesso sto praticando con un sensei svedese molto bravo che segue lo stile di Tomita sensei) ma al corso tutti i sensei mi sembravano di altissima qualità e spero di seguire altri corsi e di ampliare le mie abilità nell’aikido. Una cosa è sicura, alla fine. Verrò a Trieste per visitare Sandro e vedere i miei nuovi amici e divertirmi con loro e con l’Aikido.

--- Monica

 
 
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Ikkyo, il “primo principio”( Ichi-kyo), prevede il controllo dell’asse di Uke attraverso una “catena di congiunzioni” originata dal gomito.

Immaginiamo il corpo dell’uomo vitruviano, un qualsiasi testo di anatomia o fisioterapia o semplicemente guardiamoci allo specchio, è impossibile non notare come tutte le nostre articolazioni siano collegate tra loro, per via muscolare, tendinea o nervosa.

Con il corpo eretto, immaginando di avere la schiena appoggiata su di un piano, solleviamo un braccio lasciando cadere la punta delle dita verso terra e creando un angolo retto tra spalla e busto e contemporaneamente tra avambraccio e gomito, portando quindi il gomito all’altezza della spalla.

Si è chiaramente in grado di sentire una connessione, un allineamento tra la punta del gomito e la settima vertebra cervicale (C7 o vertebra prominens, quella che “spunta”). Questo legame si può utilizzare per governare la colonna vertebrale e quindi l’intero asse umano.

Come sfruttare questo legame senza disturbarlo e senza forzarlo?

Un enorme quantitativo di variabili entra in campo, ne cito solo alcune:

Distanza, direzione, rilassamento, aggressività, qualità di contatto, tempo di contatto, stato della respirazione, intenzione…veramente troppe per essere elencate e, soprattutto, analizzate.

Potremmo proseguire facendo notare che se l’ipotetico Uke “chiude” la distanza e si avvicina, Ikkyo si trasforma in Sankyo, se invece “allunga” otteniamo Nikyo. A questo punto non è più possibile concepire Ikkyo come una semplice “catena di congiunzioni” ma più come l’elemento basale di tutta la pratica.

Fino a questo momento si sarebbe infatti potuto pensare a Ikkyo come il principio che viene studiato e applicato inizialmente per “capire” le potenzialità della pratica, ma questa visione è meccanica e riduttiva.

In questo si rivela l’universalità del termine kyo come principio e non come tecnica, un termine difficilmente analizzabile se non praticando sul tatami, osservando e provando le infinite combinazioni di elementi che si generano tra Tori e Uke.

 

Gabriele Zuttion (MuTokuKan Dojo)

 
 
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Keiko è la parola giapponese che rende il senso di allenamento in un’arte marziale. Essa, come scrive Tamura Shihan, comprende i significati di Renshu, Tanren, Renma, tutti legati alla nozione dell’imparare “plasmandosi incessantemente”, come in un processo di forgiatura.

Esistono molti tipi di Keiko, e in particolare nel Keiko ordinario che si esegue nel Dojo. Una distinzione invocata tradizionalmente riguarda la progressione della pratica attraverso gli stadi detti Kotai, Jutai, Ekitai (o Ryutai), Kitai. Questi termini si riferiscono ai diversi stati di aggregazione della materia, rispettivamente solido, denso, liquido (o fluido) e aeriforme, e corrispondono a modalità di esecuzione delle tecniche via via più raffinate ed efficaci. Saito Shihan si riferisce a queste modalità come esercizi “solidi”, “flessibili”, “fluenti” e “Ki”. Una stessa tecnica, ad esempio Katatedori Ikkyo Omotewaza, può essere studiata secondo il metodo “solido”, “flessibile”, “fluente” e “Ki” senza perdere di identità, sebbene possano essere necessari diversi tipi di Tai Sabaki, più o meno adatti ad una situazione o ad un’altra.

L’allenamento in Kotai si dice Go no Geiko e rappresenta il primo livello di lavoro sulle tecniche, solido e rigoroso. I movimenti partono da una posizione iniziale statica di Tori ed Uke, si lascia che l’avversario afferri saldamente, quindi si assume l’iniziativa eseguendo il Tai Sabaki iniziale e guidando la reazione di Uke fino ad una sicura conclusione. «In questo modo - dice Saito Shihan – ci si pone nella situazione più svantaggiosa, concedendo un largo margine all’iniziativa del partner [...]. Partendo da qui bisogna liberarsi dalla presa del partner senza resistere e guidarlo nella propria sfera d’influenza e assumerne il controllo”. L’immagine di questo metodo di lavoro può essere quella di un cristallo minerale, immutabile e perfetto, ed il simbolo grafico quello del quadrato (Shikaku).

Il Go no Geiko è la modalità ideale per la trasmissione dei Kata nel Budo; i movimenti sono estremamente chiari e distinti, ed il praticante può cominciare per gradi la sua istruzione concentrandosi sulla base. Nel Go no Geiko lo scopo è di forgiare un corpo vigoroso, agendo sulle ossa, le articolazioni, i muscoli con un lavoro intenso e "senza sconti", in cui è fondamentale comprendere l’importanza degli Atemi. In questo caso infatti gli Atemi permettono di difendersi mentre ci si sposta, impegnando con la parata le mani del partner. Il Maestro Saito avvisa il praticante che su tale metodo di allenamento deve essere concentrata l’attenzione fino al livello di III Dan. Si tratta di costruire fondamenta robuste per il lavoro successivo.

Ju no Geiko è la pratica del Jutai, dove il carattere Ju è lo stesso che in Judo, e significa “cedevole”, “adattabile”, nel senso di un corpo denso, ma non cristallino, capace di cambiare forma. Una buona immagine è quella tratta dal regno vegetale, di un albero che si flette sotto la forza del vento, senza spezzarsi. Si tratta di rendere più fluida e dinamica l’applicazione di ciò che si è imparato nel Go no Geiko, senza perdere in intensità e vigore. Nel Ju no Geiko dobbiamo iniziare il movimento mentre l’avversario ci afferra, spesso usando lo stesso Tai Sabaki applicato precedentemente. Un movimento ritardato può significare che l’attacco ha raggiunto il suo fine, così come uno anticipato può mettere Uke sulla difensiva, oppure spingerlo a seguire il suo bersaglio senza essere nel frattempo squilibrato, mandando anche così a buon fine l’azione offensiva.

Jutai è uno stato di transizione, in cui si approfondisce la nozione di Ma Ai (distanza), prima “statica” ed ora sempre più “dinamica”, e si affaccia la nozione di Hyoshi (ritmo). Il Ju no Geiko rappresenta la porta per il Ki no Nagare, ossia nella “corrente del Ki” che unisce i praticanti nel tempo e nello spazio attraverso il Ki, l’energia sottile della vita. Lo stadio successivo è dato dal Ryu no Geiko.

La pratica fluente, in Ekitai (o Ryutai), chiede al praticante di muoversi secondo l’immagine dell’acqua, armonizzandosi con il partner ancora prima che l’attacco sia completato, con movimenti fluidi e dinamici che lo guidino nello squilibrio senza necessità di forzare. Il simbolo associato è il cerchio (Maru). In questo tipo di allenamento è fondamentale estendere la propria percezione al di là dei limiti esteriori del corpo, concependo il proprio Seika Tanden al centro di una sfera di energia sottile, sensibile al contatto ed alla penetrazione dell’attaccante. Provvisti di questa sensibilità "animale" lo si attira all’interno della sfera dirigendolo alla sua periferia, in continua rotazione rispetto al centro rappresentato dal Tanden. Allo scopo possono servire gli Atemi, che divengono sempre più un cardine dell’azione di squilibrio.

Nonostante l’intensità del lavoro non sia diminuita, ma anzi, idealmente accresciuta, l’esecuzione del Ryu no Geiko si fonda molto più sul controllo del Kokyu (respirazione) che non sullo sforzo fisico. Spesso questo livello di pratica è associato al termine Kokyu Nage, preso in senso Iato, ossia di «proiezioni attraverso il (potere del) respiro», nozione fondamentale che si studia fin dall’inizio della pratica con i vari Kokyu Ryoku no rosei Ho (metodi per lo sviluppo della forza del respiro). "Questa forza – scrive Tamura Shihan - accumulata nel Seika Tanden che riempie tutte le parti del corpo, simile ad acqua sorgiva inesauribile, questa forza che emana da un corpo ed una mente sempre calmi, sereni, distesi, pronti a rispondere ad ogni necessità ed in ogni momento nella direzione voluta, questa forza si chiama Kokyu Ryoku".

Armati del Kokyu Ryoku, siamo pronti (accademicamente!) per affrontare la più alta espressione di Ki no Nagare: il Ki no Geiko, la pratica del Ki. Nel Kitai è il Ki stesso a fungere da legame tra Tori ed Uke, prima che l’attacco si manifesti. I praticanti sono uniti fin dal momento in cui "si offre un'opportunità di attacco ... e non c’è più nessuno”. Ki no Geiko è la perfezione del cammino fin qui seguito: è difficile trovare una definizione chiara, trattandosi di un esercizio di Ki Awase (armonizzazione dei Ki) e di Ki Musubi (annodare i Ki), anche indicato col termine Aiki Nage. Saito Shihan non esita a definirlo "un esercizio esoterico dimostrato dal Fondatore", da non scimmiottare se non si vuole perdere la Via. Il Kitai non può che essere il risultato di un lavoro incessante, che conduce al punto in cui, idealmente, non è più necessario il contatto con l’avversario per guidarne il Ki nel movimento di armonizzazione. Al contrario di quel che può apparire al profano, “l’Aikido, - afferma Saito Shihan – nella sua vera forma Ki , è una fiera arte che penetra direttamente attraverso il centro d’opposizione”.

In altre parole il fondamento del Kitai non è altro che il principio essenziale dell’Irimi ed il segno connesso può essere ritrovato in quello del triangolo (Sankaku) in cui si risolve ogni dualità attraverso il terzo vertice: ”se provate il sentimento di avviluppare l’avversario, di essere una sola cosa con lui, sarà lui stesso a venire al vostro interno. È questo l’Irimi dell’Aikido.”